
Ero al primo anno di liceo quando, tra i mugugni della classe, la mia professoressa di lettere impose l’ora di lettura dei giornali. Non credo sia una sua esclusiva, immagino lo facciano molti docenti (forse oggi tramite lettura su tablet di quotidiani online), ma sono certo di una cosa: non era l’ora buca che tutti noi speravamo di aver vinto, anzi. Si sceglievano i pezzi, si leggevano e infine se ne commentavano i contenuti, per sgamare eventuali furbetti che si fossero fermati al titolo.
Già, perché una delle regole auree che la Prof. ci ficcò in testa fu proprio questa: mai fermarsi al titolo. Un po’ perché designa di per sé superficialità, un po’ perché i titolisti sono scaltri e sanno bene come ‘guidare’ l’interpretazione del lettore che non abbia la pazienza di approfondire (pensate al famoso clickbait!), un po’ perché spesso i titoli significano l’esatto opposto di ciò che l’autore dell’articolo vuole dire.
Ecco che allora, a prima vista, il titolo di oggi non suonerebbe granché positivo: “step back” significa passo indietro, e un passo indietro non sa di successo per chi si propone di dare vita ad un evento sociale e collettivo come il TdS.
Voi, però, oltre che attenti lettori siete prima di tutto cestisti, e sapete bene che ‘step back’ in gergo tecnico ha un significato ben diverso. Il celebre movimento offensivo, sublimato al meglio dal compianto Kobe Bryant, consiste nel trovare l’appoggio con il proprio difensore onde poterlo sbilanciare, spingendosi poi all’indietro con la gamba interna per creare distanziamento e concedersi il lusso di un tiro pulito e incontestato. Detta così sembra facile, ma non lo è affatto: servono tecnica, capacità balistiche e soprattutto misura. Se il passo di arretramento è corto, il movimento non è efficace; se è troppo lungo, si rischia di mandare tutto all’aria perdendo l’equilibrio. Quando invece lo step back viene eseguito alla perfezione si ottiene il risultato: arretrare un attimo per crearsi un vantaggio, rubando il tempo al difensore.
L’ennesima lunga digressione di queste pagine non è un vezzo, ma serve a dirvi cosa è stato questo TdS2023 visto con gli occhi del Comitato organizzatore: uno step back. Pulito, misurato, preciso e soprattutto efficace, in grado di anticipare l’avvicendarsi degli anni e delle generazioni che popolano le tribune del Pattinodromo, rinfrescando un prodotto che deve rigorosamente rimanere giovane. Chi organizza eventi, in forma più o meno professionale, può capire quanto sia difficile mettere mano ad un prodotto che funziona già.
L’anno scorso ci eravamo beati di come, dopo due giri di stop forzato a causa della pandemia, avessimo ripreso regolarmente le fila dell’organizzazione oliando gli ingranaggi della macchina. Per questa edizione, invece, abbiamo ottenuto qualcosa in più: un passo indietro – piccolo ma fondamentale – da parte di chi ha tirato la carretta per tutti questi anni, a favore di tanti giovani che vogliono non solo raccogliere un’eredità, ma modificare e innovare il TdS in vista di domani.
Primo fondamentale passo è stata senza dubbio la app creata dal nostro Giacomo Seno: avete potuto leggere i miei deliri, caricare e votare le fotografie, seguire i risultati delle partite live grazie ad un mezzo di comunicazione moderno che ha avuto un successo enorme fin dalla sua introduzione. Qualcun altro avrebbe storto il naso e magari tarpato le ali all’idea di Giacomo, restando affezionato a Facebook et similia. Noi no, perché il mondo va avanti e non possiamo permetterci certe ottusità, ferma restando la copertura totale sui diversi social, dove abbiamo riportato puntualmente risultati e articoli.
Ancora, la gara del tiro da 3 – ideata anni fa nell’attuale conformazione da Ale Ragazzi – è oramai in mano ad Alessia, Giovanni e gli altri ragazzi del BarSao, che hanno tenuto iscrizioni, tempi, risultati e microfono fino alla finalissima del sabato. Abbiamo parlato di microfoni? Cosa dire di quella che ormai è una triade di telecronisti pronti ad alternarsi e dare vita a racconti diversi, nei modi e nei toni, delle tante partite della settimana? Un plauso a Marco Seno, che con il suo step back non ha anteposto la gelosia per il microfono e magari si è anche riuscito a godere un po’ le partite da spettatore, così come fatto dai nostri storici segnapunti e refertisti, ben coadiuvati oggi dalle nuove leve.
Infine il BarSao, che è definitivamente roba di Luca e dei suoi compagni: quanto siano stati efficenti e gentili già lo sapete, ma resta negli occhi la velocità con cui hanno trasferito lunedì sera birre e patatine alla Olivi, fronteggiando senza indugi l’improvviso maltempo. Stavamo anche per mandare in pensione Dj Paina, ma alla fine l’amico del Baskin Mestre doveva tornare a casa e non siamo riusciti ad assicurarci i suoi servigi.
L’elenco potrebbe andare ancora avanti, ma sarebbe un filo noioso. Quel che vogliamo farvi capire è che il grande passo del TdS2023 è stato quello di abbracciare il futuro, cercare la novità prima di tutto in termini di risorse umane, senza favorire alcuna posizione acquisita. Facile, direte voi, tanto siete volontari e meno fate più contenti siete. Chiunque conosca una qualsiasi dinamica collettiva sa però che non è così, e solo un equipaggio che rema tutto nella stessa direzione non teme gelosie.
Alla fine noi siamo gente semplice: con una birra ghiacciata e le tribune stracolme il giorno della finale ci brillano gli occhi, a prescindere dagli sforzi di ciascuno. Siamo anche capaci, ognuno per i propri colori, di mettere da parte le delusioni sportive e lanciarci dal giorno dopo nei tanti impegni che il Comitato ha in agenda nelle serate del torneo. Si fa non solo per resistere al processo di spopolamento che sembra inesorabilmente condannare il nostro amato centro storico, ma anche e soprattutto per offrire sempre qualcosa di bello, divertente e fresco.
Ora faccio anch’io uno step back, ma solo all’apparenza: vado a buttare giù l’introduzione del TdS2024.
The Leprechaun
